La devozione

S. Maria Odigitria recata a spalla dai monaci

S. Maria Odigitria recata a spalla dai monaci

La devozione alla Vergine Odigitria fu portata in Sicilia nel sec. VIII da soldati siciliani dell’esercito imperiale che avevano partecipato ad una grande battaglia contro i Turchi, assedianti Costantinopoli con una flotta di 800 navi. La battaglia era stata vinta e la flotta distrutta in seguito ad una furiosa tempesta,sorta non appena i monaci del monastero «degli odeghi» avevano condotto in processione sulle mura della città e posto di fronte al nemico la venerata icona della Vergine Odigitria recata a spalla. Per questo le immagini della Madonna Odigitria, col titolo abbreviato in Itria, diffuse largamente in Sicilia, rappresentano una icona della Vergine recata a spalla da due monaci di rito bizantino.

In realtà sin dai primi secoli della cristianità, nell’Oriente greco ebbe un enorme sviluppo il culto della Vergine, tra cui quello al titolo della Madonna dell’Odigitria. A Costantinopoli, l’Odigitria venne collocata in una chiesa custodita da frati basiliani, risalente al V secolo e oggi scomparsa, e divenne famosa proprio perché l’immagine fu attribuita a San Luca.

Secondo la leggenda sacra, infatti, quella dell’Odigitria è una delle tre icone dipinte dal terzo evangelista quando la Vergine era ancora in vita, in seguito portata da Eudosia, moglie dell’imperatore Teodosio il Giovane, dalla Terra Santa fino a Costantinopoli. Questa celebre immagine fu considerata la protettrice, la ‘conduttrice, guida della via’ della città e di tutto l’impero d’Oriente.

Prima della definitiva caduta in mano ai Turchi di Maometto II (1453), si ricordano solenni processioni penitenziali con l’icona dell’Odigitria per le vie della città, ma l’ora di Costantinopoli era ormai segnata e con la rapida distruzione delle chiese e delle icone, i Turchi miravano anche ad annientare la praesentia della Madonna. Tuttavia il culto resistette e così, dopo un’iniziale diffusione avutasi in seguito all’esodo di cristiani all’epoca delle persecuzioni iconoclastiche di Leone Isarco (VIII sec.), si espanse nuovamente grazie alla devozione di marinai e di profughi – per lo più albanesi- che si diressero verso le regioni più meridionali d’Italia (soprattutto Sicilia, Calabria, Puglia).

Bisanzio fu punto d’origine delle celebrazioni e dei modelli iconografici mariani: tutte le Madonne con il titolo dell’Odigitria in Oriente e in Occidente hanno l’icona di Costantinopoli come prototipo, ed essa è pure l’origine della tradizionale attribuzione a San Luca delle immagini venerate.

Tra i tanti esempi da citare, si trova quello dell’icona galleggiante, rinvenuta da pescatori nell’anno 1383 nelle vicinanze dell’abitato di Tikhvin (Russia), che i devoti ritengono essere, se non l’originale di San Luca,almeno una replica fedele dell’Odigitria di Costantinopoli (Gharib).

Il culto a questa ipostasi della Vergine è attestato in molti luoghi d’Italia, dove si ritrovano anche diversi modelli iconografici, come le immagini dell’edicola di S. Maria dell’Idria nella Crypta Neapolitana, del Santuario di Piedigrotta, della Chiesa di S. Maria di Costantinopoli (sopra riprodotta) e della Cappella omonima di San Gregorio Armeno a Napoli, della Chiesa di S. Francesco a Galatone, oppure la Vergine di Ripalta e la ‘Sipontina’ pugliesi, e la Virgo Orientalis del Santuario di Maria SS.ma dell’Oriente a Tagliacozzo.

Ma la raffigurazione più diffusa, specialmente in chiese siciliane e sarde, appare quella della Madonna col Bambino in braccio che poggia su una cassa tenuta a spalla da due basiliani. Essa riepiloga i momenti più salienti del ‘viaggio’ dell’Odigitria bizantina che, secondo la tradizione leggendaria, al tempo dell’iconoclastia, chiusa da alcuni monaci basiliani dentro una cassa di legno e affidata al mare, finì per approdare sulle coste meridionali dell’Italia.

In Puglia si celebra invece il rinvenimento dell’immagine di questa Vergine in un pantano del foggese, mentre per la Madonna nel Santuario di Tagliacozzo si narra chevi fu condotta da due legionari marsicani tornati da Ravenna, dove l’icona bizantina giunse salvata miracolosamente dal fuoco iconoclasta.

A Napoli, il canonico Carlo Celani nel Seicento scrive che S. Maria dell’Idria era così denominata ‘per l’immagine della S.S. Vergine con un idria, ossia un vaso sotto i piedi’, con riferimento ad un tipico vaso greco per acqua (cui sembra collegarsi anche l’interpretazione di ”Odygidrya” come ‘Madonna delle acque’ data alla stessa immagine devozionale nell’omonima chiesa di Ragusa Ibla). Aspreno Galante, invece, sostiene che tale dicitura sarebbe un adattamento del termine ”odigitria” o ”odigidria”, anch’esso di origine greca (composto da ‘via’ e ‘conduttrice’), con il significato di ‘guida della via, del cammino’, in relazione all’icona della Madonna dipinta da San Luca. Concorda con tale interpretazione anche l’identificazione con San Luca dell’immagine del ‘Santo’ affrescata nella grande nicchia situata sulla destra dell’imbocco della ”Crypta Neapolitana”.

L’appellativo ”odigitria” in questa accezione potrebbe far riferimento anche ad un antico prodigio attribuito alla Madonna di Costantinopoli che guidò due ciechi fino alla sua chiesa e fece loro recuperare la vista; o essere relazionato alla strada che alla chiesa conduceva, attraversata dai condottieri e sovrani dopo i trionfi in battaglia. Meno attendibile sembra il titolo di Santa Maria dell’Idra ovvero del serpente, identificato simbolicamente con il demonio da esorcizzare, benché l’edificazione della piccola cappella di Piedigrotta sia da interpretare come un atto necessario per eclissare gli elementi mitico-cultuali pagani ampiamente associati nei secoli cristiani all’area della grotta napoletana.

Il culto della Madonna in sé e come guida e protettrice del viandante appare qui particolarmente appropriato, se si considera la collocazione a scopo augurale e apotropaico dell’immagine sacra nell’arco d’ingresso della lunga ”Crypta Neapolitana”, che con la sua oscurità sembrava materializzare le tenebre degli inferi (nel 1194 Corrado di Querfurt descrivendo il suo viaggio nella galleria romana afferma ”….acessimus per tenebras infernales, tamquam ad inferos descensuri.”) e dove i segni di remoti culti solari e mitraici le conferivano una funzione altamente simbolica di ‘passaggio’ iniziatico, con la rinascita dal buio alla luce eterna.